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Così lo chiamo io, in ogni bettola di mare o di terra c’è sempre. Basta osservare, e appare quel tavolino, con due sole sedie; in una posizione da “poeta” dico io; perchè solo un poeta vi si può sedere. Accanto a una finestra, per vedere fuori scorrere la gente; per contare i lampioni oppure per guardare il mare dalla terraferma; e attenzione perchè il mare visto da li è ben diverso di quello visto da un cargo. Muta…il mare…e ti trascina nel suo mutare fino a non sapere più chi, cosa….perchè. Eccomi a pensare come il più mediocre dei marinai, e il più ipocrita dei poeti. Ma questo ho imparato…..e questo sò.

Una pioggia obliqua tamburella sulla finestra accanto al tavolino, lo guardo da lontano, dal bancone, non oserei mai pioggia5.jpgsedermici, è roba troppo grande per me.

Quando l’esplosione lancia per aria bicchieri e bottiglie sono ancora li ad osservare, e non smetto di certo. Il guardiamarina è puntuale….dote indispensabile per un lavoro come questo. Tutti si precipitano, lascio due monete sul bancone ed esco, alzando il bavero per la pioggia obliqua e calcando il berretto.

Tutti corrono a vedere, a spiegare e non sanno che si tratta…..dell’inizio di una storia. Mi incammino in senso contrario alla fiumana di gente che corre a vedere, ho un appuntamento con una tanguera di acciaio e salsedine, che in un sensuale ballo mi porterà fuori da questo porto, benevola e capricciosa con me e i miei compagni.

A dieci nodi, un mare immobile su un cielo atlantico. Un punto imprecisato e imprecisabile, conosciuto solo da un capodoglio che accompagna il cargo a tribordo. E la vedi, la linea, lunga e sottile che divide appena il mare dal cielo. E una nave non è che una irrisoria imperfezione, una sbavatura su un tratto infinitesimale. Linea, linea dell’orizzonte, linea della fortuna. Tanti nomi per quella linea un pò mia, che vorrei raccontare, che vorrei sorpassare.

Ritrovare oggetti che non abbiamo mai più usato, da quando? Da quella volta…….. a.jpg
Che ci illudevamo di non ricordare. C’è ancora quel cd nello stereo, quel brano memorizzato e ascoltato per ultimo; quel libro mai finito e sottolineato, proprio dove avresti sottolineato tu. Una foto appesa in una casa oramai vuota. La polvere pensava di ricoprire e nascondere, ma il mio soffio ha ritrovato il passato di oggetti, gesti, odori che erano ancora li. E allora mi muovo a passo di gambero, rivolto a un passato che non torna, che non sò nemmeno se sia accaduto davvero. Una stanza vuota, fuori pioggia e vento bussano ai vetri di una finestra che conosco. Da cui ho guardato, sognato e aspettato……….troppo……..sempre………..mai più. Quando chiudo la porta non sento di aver chiuso una parte della mia vita, sento solo che la dentro è rimasto tutto, nelle stanze vuote. Scendo le scale a passo di gambero, cado, mi rialzo e capisco………la pioggia lava le ingiurie del tempo e la lordia degli uomini….ma il tempo viaggia con il suo ombrello aperto a braccetto con il ricordo.

Va bene, va bene; ci voleva un pò di musica live. A volte mi stupisco di cosa sia stato imbarcato su questa nave. Rollio…..vento forte e mare in burrasca…..e ho voglia di raccontare. Raccontare scaccia la paura, come fischiare o cantare nel buio per farsi coraggio, per non essere solo, per non sentirsi solo. Io non riesco a comprendere l’esistenza di certi esseri umani, non in quanto esseri umani, ma per la loro funzione. Esisterebbero questi esseri se la lora misera funzione nell’ universo ad un tratto non avesse più senso? Lo starnazzare su questioni così insignificanti, che paradossalmente diventano falsamente importatanti solamente perchè di un fatto non conta l’oggettività dell’accaduto, ma la quantità di parole spese per esso. Perchè urlano, perchè “rappresentano”? Il mare, quando alza la voce, beh lui fa paura….e se urla ha le sue ragioni. Ma voi esseri, che ragioni avete? Vi accorgete o no che siete inutili, la vostra funzione è inutile, la vostra opinione è inutile, non perchè non avete diritto di esprimerla, ma perchè vi esprimete sul nulla. Non sulla vita, la morte, il cielo, la terra; non su ideali o semplicemente vostre (ma porprio vostre) opinioni. Non potete parlare e urlare per ore su che cosa? Foto, puttane, fratelli più o meno grandi; scarpe, palestra e tangenziali varie….e mi fermo qui. Perchè quello che conta qui è il vento, è la vita, quella vera; il resto sono solo cazzate.

Ognuno ha un motivo per essere su questa nave, scendere a Tunisi era per me un’azzardo. Il viso stranito e gli occhi che brillavano del guardiamarina mi avevano convito ad accostare, nel limite del possibile, alla costa tunisina. E lo sguardo di chi vuole il suo viaggio fino in fondo con cui è risalito, mi convincono sempre di più a continuare a portare questa nave. Un carico di ricerca e speranza, di soluzioni trovate alla sera e perse nella foschia del mattino. Di incontri, come segnali che gracchiano nelle cuffie della sala radio. Se per un momento la terra smettesse di girare, se per un momento smettessi di respirare, pensare, sentire; se per un momento le gocce smettessero di cadere…..sospese a mezz’aria….troverei quello che cerco. E poi, per quanto mi riguarda tutto potrebbe ripartire, non mi importerebbe….perchè avrei avuto la prova che tutto si può fermare…..e allora puoi vedere. Ma credo che se ci fosse quel momento zero, nulla e infinito, durerebbe in eterno. E noi saremmo un attimo, un attimo infinito.

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Questa notte, più di ogni altra notte, mi sento al sicuro nell’essere un punto in mezzo all’oceano. Lontano, seduto appoggiando la schiena a un mucchio di corda abbandonata sul ponte. Lascio che l’aria satura di iodio, umidità e sale mi inumidisca la giacca e il berretto. Lascio che il vento e il mare mi rendano parte di questo ponte bagnato. Non saprei spiegare la voglia che a volte nasce nel cuore di un uomo, la voglia di scappare lontano dal proprio destino. Sentire che si stà rotolando verso una pianura nebbiosa, da dove il mare…..il mio mare non si vede. E lasciare spento tutto, il mio cervello e le mie mani; spente le mie parole mentre tutto attorno scoppiano domande io avessi le risposte. Quando sono salito su questo cargo, ho deciso di scendere dal mondo e salire in me stesso. Certo è un concetto contorto, ma la mia stanchezza del “rumore” di persone e di vita è una condanna. E qui, solo qui, tutto si ammutolisce; perde ogni vibrazione….come un pianoforte muto. Qui solo l’oceano, e uno scafo che fende le onde a motori spenti, portato dalla corrente; solo questo e nulla altro. Che strano capitano, senza risposte per se stesso; e in difficoltà nell’accettare quello che nessuno può cambiare. Quanto manca il silenzio, quanto manca piangere…… e farlo in modo definitivo e “di gusto” come una risata. Per sentire la pelle del viso tesa e salata dalle lacrime. Non è tristezza, né disperazione, ma una sterminata voglia di silenzio e lentezza. Ma io, come sempre, ho il mio mare…..ovunque e il qualsiasi tempo.
Perchè un incarico come questo, portare questo cargo; richiede di avere il mare dentro.

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Guardare dal mare Tunisi, e sentire la preghiera del mattino dal ponte. Una voce che è una cantilena del mare, arriva fino a qui; mentre l’equipaggio non è ancora rientrato. Tunisi era diversa, era mercato di qualsiasi cosa, uomini e cose, un tempo. Ora una meta per sandali europei. Ma il porto, come ogni porto, è zona franca; dove si cammina rasente ai muri. La guardo dall’alto dei container stivati, per vedere se oltre, lontano, vedo l’antica linea dove i Romani si fermavano; e scrivevano sulle loro mappe “Hic sunt leones”. Ma dietro immagino Africa, come quella pietra d’africa che porto con me, ricordo che voglio scordare. Quante volte si scrive nella nostra mente “hic sunt leones”, per paura nell’avanzare in territori oscuri. E allora ci si ferma, perchè oltre ci sono i leoni, perchè oltre si potrebbe morire……dentro. Ma forse, da qui, nel sole che si alza e incendia il porto e la nebbia penso e vedo; che a volte avrei voluto andare oltre…….e morire anche dentro…….ma vederli, questi “leones”.

Un puntino che si muove mi rivela il ritorno dell’equipaggio, spero abbiano trovato quello che cercavano, senza portarsi dietro una motovedetta della guardia costiera tunisina……. E poi via, per vedere questo Mediterraneo dove ci porta.

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Portare un cargo come questo non è facile, ci sono secche e correnti da valutare; vento e tempeste. Viaggiare sulla linea del tempo, tra un anno e l’altro, è roba da farti invecchiare. Perchè ogni anno che finisce e che inizia porta a fare i conti, con tante cose. Vorrei vedere un giorno, avanzare minacciosa, l’ombra di una nave fantasma…..magari l’Olandese Volante. Sul ponte di comando corre musica jazz, impolverata dal fruscio di un vinile. E le parole dette e poi negate, i pensieri si affollano, in questo nuovo anno lungo la linea retta del tempo.100864.jpg

Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

(Ivano Fossati – Il disertore)

23.50 gmt
Quante stelle questa notte; sulla nave incastrata nel silezio assoluto; il silenzio del mare profondo. Quante stelle, da usare magari per navigare. Passeggiare sul ponte, bagnato di umidità salmastra e pensare…… a quali vie scegliere per andare sulle acque. Come nel vivere ogni giorno, scegliere e seguire una strada. Ma quali, sono così tante e ogniuna è diversa e contraria dall’altra, come si fa a sceglierne una. Occorre forse navigare a vela, lasciandosi portare….ma come si fà. Quello che si vive ci indica la strada per non commettere nuovi errori, ma non ci accorgiamo che questi saranno sempre nuovi e sconosciuti. Come si fa a capire, a scegliere, a chiudere gli occhi senza paura di sbattere contro un ostacolo o cadere in un vuoto vorticoso come una scogliera. E se fosse tutto qui? Cadere dalla scogliera del nostro cercare? Ma le mani del passato ci possono trattenere, all’improvviso, all’ultimo momento. Deliri, a 9 nodi, deliri. Persi nel nostro Vivere, sognare, amare; fermi eppure sospinti in mezzo a un mare tropicale. Ma troppo chini a osservare le onde sulla chiglia, e non l’orizzonte. Ma tutto è per me relativo, da fondo del nostro pozzo vediamo il nostro personale spicchio di cielo; su cui facciamo sogni e cosiderazioni. A me indicavano la luna con il dito, ed io, sciocco, osservavo il dito; non perchè ignorassi la luna, ma il dito che me lo indicava era la mia luna.
Ora, la osservo, bianca, enorme; rincorsa da stelle;e la osservo senza alcuno che la indichi…..a 9 nodi e orizzonte sgombro.

Sembra fatto di olio questo mare. Liscio come la schiena di una donna, il sole si riflette su questa enorme distesa di …. oro. Attimi di calma sonnolente, come velluto cade senza rumore. Il senso di vertigine nel guardare giù, dove la prua infrange le onde. Vivo di ricordi, come però mi dissero sulla terraferma “è un comportamento a perdere”, dobbiamo guardare al futuro. Ma qui, il mare non ha davanti o dietro; sopra o sotto; qui il futuro e il passato si legano al presente. E ricordi, e vivi, perchè senza il mio ricordo……molti non esisterebbero più….tra le onde. Ci vuole un bicchiere per me e l’equipaggio; non è tristezza badate bene; è forse il mare che ti entra dentro. Non è tristezza, decisamente no, è una coperta calda che protegge dal vento teso e freddo del tramonto.

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è più un concetto che un termine visivo. Un cargo in mezzo al mare vede un linea continua, ininterrotta, deserta e lontana; che circonda, quasi che il mondo fosse piatto. Il bello è che ci si muove, e ci sarà un nuovo orizzonte; una linea curva su cui si spegne e si accende il sole. Fino a quando apparirà la costa, una nave…….. ma è un trucco; perchè anche sulla terra, anche accostati alla banchina di un porto, ci sarà un nuovo confine che l’occhio abituato scorge. Quante cose si pensano dal ponte di comando, scende il sole e si alza la foschia sull’acqua. E intanto è già cambiato l’orizzonte. E il guardiamarina ha finito il caffè….

fs207002.jpgDue passi sul ponte, misurato così tante volte. Su e giù. E non c’è noia, non sarebbe possibile per me annoiarmi della nave, del mare. Ogni volta, appoggiato al parapetto, il vento racconta nuove storie. O forse spalanca un boccaporto che teniamo chiuso da tempo. Fateci caso, in ogni momento della vostra vita importante o meno, se ci fate attenzione….eccolo….c’era un “tipo” di vento. Poteva essere forte o sussurrato, brezza o tempesta; e non raccontatemi di bonaccia, almeno un alito era presente. Qui appoggiato ricordo…..il vento che mi ha accompagnato qualche tempo fa, e che non dimentico.

Vado a spegnere i motori……andiamo alla deriva per un pò. Mare e vento decideranno per un pò il nostro viaggio. I miei compagni gradiranno.

Perchè il vento bisogna ascoltarlo……fatelo.

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I rimorchiatori salutano con colpi di sirena persi nella nebbia; l’ufficiale di manovra è oramai sceso.

Ora, e solo ora, siamo in navigazione. Prua a sud, nella nebbia più scura. Mare calmo, sbuffi di acqua salata colpiscono il viso e le mani; non mi abituerò mai a lasciare un porto. E’ora di rientrare sul ponte di comando. Via….via…un caffè per i compagni di mare; willdearborn e pseudonomas.

Macchine avanti mezza, non abbiamo fretta; il mare non vuole fretta.

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novembre: 2017
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